FilmTv: Martyr, la recensione. Venezia 74, Biennale College, Queer Lion

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A Beirut un ragazzo i cui genitori vorrebbero vedere con un regolare lavoro ed una indipendenza economica che lo faccia maturare, preferisce ritrovarsi sugli scogli che si affacciano al mare lungo la passeggiata cittadina, piuttosto che seguire il padre alla ricerca di una raccomandazione.

Li al mare, tra gli scogli, sulla balaustra che si erge sul mare, l’eventualità di un salto nel vuoto crea sfide, atti istrioni con cui pavoneggiarsi ed ostentare una virilità che sembra quasi una virtù da mettere in luce con gli altri amici maschi.

Il nostro protagonista, dopo la solita lite domestica, decide di buttarsi in mare eseguendo quel tuffo mai osato prima. Le conseguenze saranno letali. Raccolto dai compagni, dopo un vano tentativo di rianimazione, viene da loro stessi caricato nella macchina di una passante generosa e restituito alla famiglia, in attesa che il processo liturgico del funerale e della purificazione vengano messi in atto.

Il regista libanese Mazen Khaled si perde sui corpi, sulla carne, su quella del protagonista, che danza nell’acqua come in un sogno od una bolla dagli effetti isolanti e liberatori; e sul fisico esibito dei suoi amici, che accorrono inutilmente a cercare di soccorrerlo.

Da quel momento l’urgenza della situazione impedisce ai soccorritori di potersi rivestire, agendo nudi, coi soli costumi da bagno, a salvaguardia di una vita amica in bilico.

Ed ha luogo così un vero e proprio percorso di passione, quasi come quella cristiana del Gesù con la croce appresso, ma trasposta nella tradizione islamica lungo un percorso tutto maschile di ritorno al luogo natio, che celebra nel trionfo di carni ammassate una sull’altra, la voglia di vita che cerca inutilmente di scongiurare la fine, al contrario inesorabile.

E poi la preparazione, tutta a cura del sesso maschile, degli amici coetanei che lavano il corpo e si accomiatano da quel contatto cameratesco con una azione solenne: tale tipo di disgrazia avvenuta in mare, vede l’annegato come un martire, secondo i dettami della religione musulmana, quasi a trasformare in un eroe chi poco prima veniva tacciato come irresponsabile dai propri medesimi familiari che ora lo piangono disperati, e poche ore prima lo consideravano con il distacco riservato al perdente.

Il film, piccolo ma importante, potente, coraggioso – non si parla mai espressamente di omosessualità, ma l’attrazione carnale dei corpi e l’esplicita rappresentazione dei corpi nudi e persino dei solitari sfoghi sessuali sotto la doccia, è evidente, oltre che eroicamente insolito in una pellicola di provenienza da un paese islamico.

Il film inoltre risulta impreziosito, nella sua semplice fattura condizionata da scarsità di budget, da vere e proprie danze acquatiche in cui il corpo nudo del protagonista si perde, quasi a voler preannunciate in sogno, la sua imminente dipartita da una realtà che non si riesce più a condividere.

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