Il Sole 24 Ore: Sanremo, a quando un premio come il Queer Lion?

Il Sole 24 Ore

“Tutto cambia perchè nulla cambi”. Recita così il Gattopardo e spesso la frase è presa a prestito per descrivere l’Italia. Una frase a cui, in questa settimana di febbraio, potremmo aggiungere tranquillamente: “…perchè Sanremo è Sanremo”. Accostamento azzardato, ma fino a un certo punto, perchè oggettivamente, tra le cose che “non cambiano” nonostante tutto cambi e sia cambiato nel corso dei decenni in questo Paese, c’è proprio il Festival della Canzone Italiana.

Giunto alla sua 67esima edizione, Sanremo è il nostro evento pop per antonomasia: mediatico, televisivo, gossipparo, politico (per gli interventi di alcuni ospiti, spesso comici), ancor prima che canoro. Parte integrante della cultura di questo Paese, senza esagerare si può dire che tutti gli italiani abbiano costruito sul Festival una qualche forma di tradizione, fosse anche solo quella di dichiarare ogni anno di non volerlo guardare o occuparsene. Tutti gli italiani, compresi, e anzi forse soprattutto, quelli appartenenti alla comunità LGBT. Sì, perchè quello che non tutti sanno, è che Sanremo è tra gli show più attesi, seguiti e amati dall’Italia arcobaleno.

Evento simbolo fin dagli anni in cui non era nemmeno lontanamente possibile parlare di “target LGBT” per uno spettacolo, il tema dell’omosessualità è più volte apparso nelle canzoni in gara. Ma è con l’edizione 2016 che il profondo legame tra Festival e queer culture è diventato finalmente esplicito: dal palco dell’Ariston gli artisti ricambiano in modo unico ed emozionante l’amore che la comunità ha sempre avuto per la manifestazione. Seguendo l’iniziativa #SanremoArcobaleno lanciata sul web, artisti in gara e ospiti si sono esibiti nelle varie serate portando sul palco i colori dell’arcobaleno. Tutti a sostegno dell’approvazione della legge sulle Unioni Civili che si stava discutendo in quel periodo al Senato. Passato un anno, guardando la scaletta degli ospiti oltre che i conduttori stessi (Carlo Conti e Maria de Filippi, tra i più aperti sul tema negli ultimi anni), anche l’edizione 2017 si preannuncia sulla carta decisamente friendly e dunque gradita al pubblico LGBT.

Ma perchè i gay amano tanto Sanremo? Difficile dirlo, soprattutto difficile dare risposte generali. Formulando delle mere ipotesi, un motivo potrebbe essere la presenza in gara, negli anni, di cantanti donne, rivali tra loro, icone del mondo gay del passato e alcune anche del presente. Penso a Loredana Bertè, Patty Pravo, Anna Oxa, Marcella Bella, Mia Martini, Laura Puasini, Giorgia, solo per fare alcuni nomi. Oppure potrebbe essere quel doppio aspetto proprio del Festival: grande evento conosciuto anche all’estero (soprattutto Europa dell’Est, dove era uno dei pochi spettacoli concessi sulla tv di stato durante gli anni del comunismo), e contemporaneamente anche carrozzone kitsch tipicamente italiano, tutto da commentare e criticare, dagli abiti, ai cantanti, alla scenografia. O forse chissà, perchè chiuso nella propria cameretta, ognuno di noi ha sognato almeno una volta, usando una spazzola come microfono, di cantare sul quel palco, tra gli applausi e i flash dei fotografi.

Qualunque sia la ragione, la comunità LGBT rappresenta ancora oggi lo zoccolo duro del pubblico di Sanremo, con una sua ritualità e tradizione molto forte nel seguirlo. In che modo? Innanzitutto animando i social durante le serate del Festival, con status facebook e tweet che sagacemente commentano al secondo tutto ciò che accade.

Un altro modo molto di seguire il Festival è quello dei gruppi di amici su WhatsApp, creati apposta ed esclusivamente per condividere le serate in ogni dettaglio.

Ma la grande forza di Sanremo è quella di essere oltre che un evento social, anche un evento sociale. Ecco perchè il modo, la tradizione queer più bella e divertente di vivere la competizione è sicuramente quella dei gruppi di ascolto. Particolarmente in voga durante la serata finale (ma c’è anche chi lo fa fin dalla prima), piccole (e spietate) giurie di amici, si radunano davanti al televisore per guardare, commentare e spesso diligentemente votare la loro personale classifica del Festival. I più attrezzati creano addirittura tabelle prestampate da consegnare agli ospiti, in cui ad ogni canzone viene assegnato un voto per: esibizione generale, intonazione, interpretazione e look. Non sono categorie fisse ed ovviamente ognuno ha le sue. Si obietterà che i gruppi di ascolto sul Festival non li fanno solo i gay. Vero, in parte. Nel senso che, nella mia esperienza, uomini eterosessuali che si radunino il sabato del Festival per mangiare pizza e commentare cantanti abiti e canzoni ancora non mi è mai capitato di conoscerne.

Scherzi a parte, Sanremo è davvero uno dei simboli della tradizione italiana e della tradizione arcobaleno italiana. Sicuramente quello che di più, anche inconsapevolmente, è riuscito nei decenni in qualche modo a unificare nelle loro diversità. Da l’Italiano di Toto Cutugno a Le Mille Blolle Blu di Mina, il Festival è entrato nel vissuto, nell’immaginario e nei valori di tante persone diverse, per tanti motivi diversi.

Chissà, forse nel futuro potremmo vedere anche un premio per la Canzone Arcobaleno consegnato direttamente all’Ariston, sul modello per esempio di quello che già accade per il Festival Del Cinema di Venezia, che ha instituito il Queer Lion. Nell’attesa, portiamoci avanti, e chiudiamo con cinque canzoni che, per i motivi più diversi, qualunque giuria rainbow avrebbe premiato sicuramente a pieni voti e con tanto di standing ovation. Rigorosamente in ordine cronologico, per non fare torto a nessuno. Tutte cantate da donne sì, perchè le icone gay sono praticamente sempre donne. Ma questo è un altro discorso, e forse un altro post. Chi può dirlo. Per il momento, buon ascolto, e buon Sanremo.

Fonte: Il Sole 24 Ore di Francesco Dell’Acqua

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